Processo amministrativo
L'interesse a ricorrere deve sussistere durante tutto il giudizio
Il principio riaffermato nei confronti di un concessionario di stabilimento balneare con concessione oramai già scaduta.
La Soprintendenza dei beni architettonici delle province di Lecce, Brindisi e Taranto nel 2013 intimava ad un concessionario di stabilimento balneare di smontare tutte le strutture a servizio del lido al termine della stagione estiva e di ripristinare l’originario stato dei luoghi.
Il privato contestava la disposizione ritenendo aver il diritto di mantenere le strutture sul suolo demaniale per tutto l’anno ed impugnava il provvedimento davanti al TAR Puglia che, con sentenza del 2107, gli dava ragione.
Hanno così proposto appello sia il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e sia la Soprintendenza.
Col primo motivo d’appello, le parti pubbliche hanno lamentato la carenza di legittimazione attiva e di carenza d’interesse all’impugnazione del ricorrente in primo grado dal momento che nel corso del giudizio davanti al TAR era scaduto il termine di efficacia della concessione, non suscettibile di rinnovo ex lege.
Il Consiglio di Stato, Sezione Sesta, con sentenza n. 3706 del 15 giugno 2018, ha accolto il gravame.
Il Collegio ha infatti ritenuto di dover dare continuità all’indirizzo giurisprudenziale a mente del quale l’interesse a ricorrere – che deve persistere per tutto il corso del giudizio – è caratterizzato dalla presenza degli stessi requisiti che caratterizzano l’interesse ad agire di cui all’art. 100 c.p.c.: vale a dire la prospettazione di una lesione concreta ed attuale della sfera giuridica del ricorrente e l’effettiva utilità che potrebbe derivare a quest’ultimo dall’eventuale annullamento dell’atto impugnato.
Sicché il ricorso viene considerato inammissibile per carenza di interesse in tutte le ipotesi in cui l’annullamento giurisdizionale di un atto amministrativo non sia in grado di arrecare alcun vantaggio all’interesse sostanziale del ricorrente
Nel caso in esame i giudici di appello hanno rilevato difettare in capo al ricorrente sia l’interesse che l’effettiva legittimazione all’impugnazione, atteso che la concessione demaniale di durata quinquennale, in forza della quale l’appellato ha gestito lo stabilimento, era scaduta il 31.12.2013, mentre a situazione giuridica dedotta in giudizio in prime cure risale all’inizio del 2017, ossia era successiva allo spirare del termine d’efficacia della concessione, abilitante il c.d. uso esclusivo del tratto di arenile in concessione.
Al riguardo il Collegio ha sottolineato che le concessioni balneari come quella di cui era titolare nella specie il ricorrente sono state oggetto fra il 2009 e il 2015 di varie proroghe ex lege ritenute dalla Corte di Giustizia (con la sentenza 14 luglio 2016) inammissibili alla stregua del diritto dell’Unione (art. 12 della direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, nonché con gli articoli 49, 56 e 106 TFUE).
E che, con specifico riferimento alla regione Puglia, la Corte costituzionale con la sentenza n. 40/2017 ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 14, commi 8 e 9, della legge della Regione Puglia n.17/2015 sulla salvaguardia delle concessioni in essere, non aggiudicate con evidenza pubblica.
In definitiva, scaduta la concessione, non trovando spazio applicativo alcuno la proroga legale, indimostrata la sussistenza di specifico provvedimento di proroga dell’originaria concessione scaduta, al momento della decisione del ricorso di prime cure, difettavano in capo al ricorrente la legittimazione attiva e l’interesse ad ottenere l’annullamento delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione paesaggistica rilasciatagli per eseguire lavori sulla struttura balneare.
Rodolfo Murra
(18 giugno 2018)
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